Path & Collatino Goddam’s “Cinema”: Influences.

Una playlist spotify con gli artisti che hanno influenzato “Cinema”, il nuovo disco di Path & Collatino Goddam.

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L’ospite: Daniele Ridolfi e “Yalla Yalla”.

Ho un bambino di due anni e mezzo, si chiama Michele. Ogni giorno, fra una corsa col monopattino e una Batista bomb, cerco di fare il mestiere più difficile del mondo, ovvero fare il papà. Che vuol dire insegnargli a sorridere, a rispettare gli altri senza farsi schiacciare e prepararlo a buttarsi nel mondo.
Gli piace la musica, come a me e a sua mamma. Adora Stella Stellina, Bertoli e i Black Flag. Gli piace Yalla Yalla di Joe Strummer and the Mescaleros, perché gli fa ridere la parola Jambalaya. Dopo anni ho riletto il testo. Inizia così:
“Addio libertà, dimentichiamoci che non ti sei fatta viva, almeno non nel mio tempo
Ma nel tempo dei nostri figli e figlie, quando te la senti chiama e avrai un posto.”
Sulle prime ho pensato che fosse una bella cosa da cantargli, da insegnargli. Ma poi mi sono trovato sgomento davanti a questa scomoda verità. Joe Strummer, se fosse vivo, avrebbe un anno in più di mio padre. Non è a mio figlio che si rivolge, ma a me.
A me, che non ho fatto niente per meritarla e coltivarla, questa libertà. A me, che forse nemmeno capisco cosa voglia dire questa parola, libertà. E come potevo io sentirmi il privilegiato, l’esperto, l’anziano che la può insegnare ai propri figli?
Mi sono ritrovato accovacciato sul tappeto, a pensare. “Cosa c’è, papà?” mi ha chiesto Michele.
C’è, ragazzo mio, che sto sbagliando tutto. C’è che ti parlo con una canzone non mia e dovrei parlarti di me. Ma non ho niente da dirti. Non ho ottenuto niente, forse perché non ho mai combattuto per primo la mia paura di sbagliare, di deludere, di espormi e mettermi veramente in gioco.
C’è che il buon vecchio Joe Strummer, come sempre, ci ha preso. Lui, che di vita ne ha fatta, di scelte scomode e sbagliate ne ha fatte, e che di libertà se ne intende.
Ogni generazione ha avuto la sua possibilità, ed ognuna l’ha gettata nel vento. A vent’anni ti ritrovi nei cortei che non capisci, ma ti piace l’adrenalina. A trent’anni capisci che forse sei diventato tutto quello contro cui combattevi.
Figlio mio, se vuoi posso insegnarti cos’è la paura. E starà a te capire come combatterla. Solo così potrai capire cos’è, dove sta di casa, e come fare spazio alla libertà, quando se la sentirà di arrivare, e se sarai così perspicace da analizzare meglio di me quello che ha fatto il tuo vecchio, potrai anche riuscire a dirle “Ehi, Libertà, vieni pure. Se ancora non te la senti non ti preoccupare. Te lo trovo io un posto, con queste spalle se serve.”
E sarà così che arriverà il tuo tempo. E nel tuo tempo avrai tempo di respirarla la libertà. Sarà difficile, perché noi ti stiamo lasciando un mondo grigio. Ma provaci, e stupiscimi, come fai ogni volta che ti inventi un gioco nuovo, e coloralo questo mondo. Fai il contrario di quello che fanno i grandi. Tua patria sarà il mondo intero, dalla borgata fino a dieci passi oltre l’orizzonte.
Stupiscimi.
Stupiteci bambini.
So che sapete farlo.

Gli indifferenti

Dipinto a mano di una vecchia città arrampicata sull’acqua
ci sei cresciuto a ridosso, e dio se ti si legge in faccia
tu non dovresti vivere che qui
siete fatti cosi
conservate il vostro vivere infame
mentre fate la fame, condannati a morì

Dodici mesi come i dodici clan a cui baciate la mano
dodici preti e nemmeno una stele per un partigiano
sarà perché tu non hai parteggiato mai
ed il motivo lo sai
che fosse il duce, il principe od il papa
stare a braghe calate è tutto quello che sai
sarà la noia che si respira
in questa notte senza foschia
la mia speranza è gia partita insieme
all’ultimo airone volato via.

La fila degli operai sconfitti arriva in mezzo alla strada
per un lavoro svendono i parenti all’UDC cristiana
questo qui è il trionfo dell’indifferenza
del qualunquismo impenitente
dei pizzicotti dati sotto banco per non dare nell’occhio
per sorridere sempre
è una bestemmia tirata piano
tra una novena ed un Ave Maria
è un’intifada di colpi dietro la schiena
che poi ti volti…scappati via

I giornalisti a caccia di scorci per il telegiornale
perché non gli apri la porta di casa e non li fai entrare?
fagli vedere la famiglia italiana
col cagnolino e la badante moldava
cacciali via prima che vedano il sangue, i lividi ed il vino
dietro questo teatrino

Michele ha una rivoltella carica nella sua mano
e sua sorella una valigia in corridoio da portare lontano
ci vuole più fegato a cambiare la vita
che ad osservarla scorrere finche non è finita
ed ogni naturale istinto guerriero
si estingue come un cero
in questo vecchio cimitero

Gramsci li odiava gli indifferenti
ringrazio dio che non sia nato qui
dove il limite ultimo di nostra vita
non è la morte
ma i venerdì.

Le Colline , reprise

Come ogni anno, sto arrivando.

Folk Beat Vendetta

E’ sempre nei giorni del mio compleanno
che gli specchi si incrinano
le brocche esondano
le corde si spezzano

E’ sempre in quei giorni
che la febbre mi divora
che sento che qualcosa e’ finito
che piombo nel nero

In giorni come questi
ero solito accostare ai piedi di una collina
facendo fuori una cassa di birra da poco
cercando qualcosa tra le stelle
qualcosa che ho perso il giorno in cui sono nato
e che forse ritroverò un attimo prima di morire
sorridendo
per un istante
in faccia al nulla

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Una questione di Classe.

“Ma vai a lavorare”.

La mancanza di fiducia che è costretto a subire qualcuno legato alla classe operaia, a meno che non si spacchi “dignitosamente” la colonna vertebrale in una fabbrica od un cantiere edile, è qualcosa di spaventoso.
La borghesia riconosce l’arte come attività organica (spesso ritenendola esclusiva) alla propria classe da secoli, mentre lo scetticismo degli strati subalterni verso chi, all’interno delle sue stesse maglie, tenti con tutte le forse di imporre un proprio discorso fuori dal destino per-confezionatogli, non fa altro che degradare ancora di più il livello culturale della classe stessa.
Come può esserci crescita intellettuale in una categoria sociale che non accetta che alcuni dei suoi figli cerchino di vivere “asceticamente” proiettando costantemente il proprio pensiero? Come si può elevarsi se si confina l’attività artistica nel recinto del ludico, dello scherzo, del dopo lavoro?
La questione rientra inesorabilmente nell’annoso discorso sulla auto-consolazione di classe, ovvero il costante crogiolarsi nel letto della disfatta, e la paura che il “diverso” faccia perdere le costruzioni retoriche che da anni abbiamo edificato.
I nuovi “cliches” del mondo moderno non risparmiano nemmeno il “mondo di sotto”, ed infatti alcuni mestieri sono accettati, altri no: il tatuatore, il fotografo, il serigrafo sono rispettati in primo luogo perché mostrano di disporre di una certa entrata economica; in secondo luogo, forse, perché richiamano di nuovo ad un culto della “bottega” e della manualità che non riusciamo mai a scrollarci di dosso.
Il musicista, l’attore teatrale, lo scultore, lo scrittore, il pittore e via discorrendo, o riescono a dimostrare nel breve termine un’introito di denaro adeguato, o saranno lo zimbello della propria gente fino a quando questo non avverrà, se mai avverrà. Ecco qui dunque che noi, proprio noi, che dovremmo essere quelli che badano alla sostanza e non al dollaro, giudichiamo in nostri simili non per quello che danno al mondo, ma per i quattrini che hanno in tasca.
Solo il tempo e la perseveranza gli faranno forse da testimoni : immaginate la diffidenza negli occhi dei vari Franco Citti e Ninetto Davoli la prima volta che videro Pasolini arrivare nelle loro borgate, gli stessi occhi che a quarant’anni dalla morte si bagnano di pianto al suo solo ricordo.
Ecco perché i più grandi poeti non-borghesi vengono celebrati dai propri “pari” solo post mortem, dopo una vita di miseria; ecco perché Martin Eden muore annegato dopo essere stato schernito tanto dalla sua stessa classe quanto dall’élite borghese.
Non dobbiamo pensare che la dignità e la vita della classe operaia prescinda brutalmente dall’arte e dalla filosofia.
E non dobbiamo lasciare morire i nostri poeti prima di averli apprezzati: la poesia, la musica, la pittura sono insiti nel cuore e nelle mani dell’uomo tanto quanto il martello e la freccia.

Path – “Askesis”

Entrai inciampando
mi aggrappai ad un busto di Elvis per non cadere
scatole , paccottiglia e ciarpame in ogni angolo
i muri espiravano l’angoscia sotto forma di muffe umide
il proprietario al banco ascoltava Springsteen
non alzò nemmeno gli occhi dal giornale
meglio così
rotolai giù dalle scale di tufo seguendo la linea della grotta verde
conoscevo la strada
presi uno sgabello da un angolo dimenticato
mi sedetti davanti a casse su casse su casse da fruttivendolo
e come sempre cominciai a scartabellare dischi e libri dal fondo
dove nessuno arriva mai.

Quando sarò morto
io voglio essere la sotto
non voglio barattare una bella vita scema
col mio posto in fondo alla cassa del rigattiere
voglio che qualcuno mi trovi
mi faccia girare ancora a 33 giri
si chieda perche ho fatto questo o quello
cosa volevo dire , in quell’inverno del 2019
cosa avevo da ridere
o come mai mi sentivo perso
voglio che mi ascolti per un pomeriggio
che mi ricordi per tutta la vita.

Campare come una bestia
è come far bruciare la tua dannata foto al tuo stupido funerale
ma sacrificare se stessi
per lasciare un segno in questa sporca vita
è come vivere per sempre.

Paolo Pasi – “Ho ucciso un principio” (Eleuthera, 2017)

Gaetano Bresci vive e lavora nell’industria tessile a Paterson (New Jersey), ha una compagna ed una figliola, ma ha deciso di lasciare tutto per uccidere il Re d’Italia e così vendicare le vittime dei cannoni di Bava Beccaris a Milano e delle repressioni del Regio Esercito in Sicilia.
Monza, 29 luglio 1900: 3 colpi dritti all’obbiettivo durante una parata ufficiale, Umberto I è raggiunto al polmone, al braccio ed al cuore , muore all’istante. Mentre la salma del monarca sfila in neri drappi per le vie di Milano, in un clima di condanna unanime per il regicida gia sopravvissuto al linciaggio della folla, Bresci viene sballottato da un carcere all’altro fino all’ultima, fatale detenzione sull’isola di Santo Stefano.
Paolo Pasi (giornalista, scrittore e cantautore milanese) romanza l’ultima fase della vita dell’anarchico, dal viaggio attraverso l’Europa all’omicidio di Umberto I di Savoia, fino alla brutale segregazione tra le mura umide dove troverà misteriosamente la morte tra il 18 e il 22 maggio del 1901.
Il merito del libro alberga certamente nel profilo psicologico di Bresci ipotizzato da Pasi, che lo dipinge non freddo e spietato calcolatore, bensì uomo tanto determinato quanto divorato da dubbi e incertezze fino agli ultimi istanti del sacrificio che si auto-infligge.
Uno, dieci, cento Bresci: il fotografo dilettante che ruba scatti ai passanti, il sovversivo che intacca i proiettili della pistola nel caldo africano di una stanza in affitto, il turista che mangia quattro gelati seduto in una latteria per raffreddare i pensieri e tornare lucido, il padre che sente la figlioletta chiamare il suo nome nella notte insonne di una vigilia terribile.
E ancora più che apprezzabile è l’intento da parte dell’autore di ricostruire i caratteri nella “sceneggiatura” dei personaggi principali sulla base delle evidenze storiche, da Giovanni Giolitti a Merlino, dal re Umberto a Filippo Turati.La figura di Gaetano Bresci verrà tanto demonizzata da stampa e opinione pubblica, quanto analizzata e dotata del beneficio del dubbio (se non di aperta solidarietà) da figure fauste ed infauste dello scenario politico come Malatesta,Mussolini, Turati, e successivamente Pertini.