Idle Idylist : Confermo ogni dannata parola.

Qualche volta le cose che vorresti scrivere le ha gia scritte un altro, e collimano a tal punto col tuo stato d’animo che com-porre non serve, basta ripro-porre.
Sfortunatamente non appartengo alla categoria dei “soli contro tutti”, a me quello che la gente pensa interessa e non vado avanti fregandomene del giudizio altrui…
Una premessa pero la vorrei fare, a chi non ha rispetto, non mostra supporto, ti schifa per quello che fai o per quanti soldi hai nelle tasche: Tenetevi pure le vostre cose belle, io mi tengo quello che di bello ho io. Anche se sono sicuro che qualcuno darebbe un braccio per fare a cambio.

 

 

Tim Barry – Idle Idylist

Ogni volta mi metto a pensare a quanto sto andando contro
a tutto quello che mi hanno insegnato essere giusto e sbagliato
e a quello a cui ci si dovrebbe abituare, nella vita
stanno recitando, sui sedili di quei SUV
nell’ombra degli alberi, nella strada di casa mia
mascherati da mariti, mogli e capouffici
e io me ne sto seduto qui col mio cane
un pacco da sei e la mia chitarra
in questo portico di legno facendole diventare il mio lavoro
dicono che l’economia sta crollando
e quelli come loro stanno mollando
saltano fuori dagli aerei, sotto i treni, alcuni giu dai ponti

ma va bene cosi, non e’ la mia vita
tossisco tutto il giorno e fumo tutta la notte
va bene cosi, non è la mia vita
pago 200 dollari d’affitto
e lavoro quando mi va
dove abbiamo sbagliato?
sono stato troppo tempo da solo?
non ho soldi in mano e non valgo niente per voi
ma non mi venderei mai

C’e’ questa ragazza con cui stavo
mi chiama da New York
mi dice che ha delle azioni in borsa, uno stipendio, e provvigioni
lavora all ventiduesimo piano, in un cubicolo costruito per lei
risponde al telefono e parla un sacco di investimenti
beh, finalmente si e’ innamorata, ha beccato questo ragazzo del Texas
dice che e’ il grande amore, ma deve ancora incontrarlo
parlano ogni giorno, comunicano online
le ho detto ‘affanculo quel lavoro, affanculo il tuo fichetto, e affanculo la pensione’

Ogni volta mi metto a pensare a quanto sto andando contro
a tutto quello che mi hanno insegnato essere giusto e sbagliato
e a quello a cui ci si dovrebbe abituare, nella vita
lascio l’arroganza agli arroganti
non ho nessuno se non me stesso
e non mi cambierei con nessun altro
non riempirò i miei vuoti di avidità
o di merda che non mi serve a niente
o di omertose relazioni basate sull’infedeltà
so che non e’ il massimo, non e’ una grande vita
ma lascio che domani sia domani
e oggi sia oggi.

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Io non sono il vostro cane addestrato.

Per fortuna, dico io, che me medesimo e la maggior parte di voi che leggete proveniamo da determinati circuiti, dove l’evitare di prendere una posizione netta circa il mondo esterno viene spesso considerato una mancanza di integrità.
Per quanto riguarda i livelli “diversamente underground” della cultura, possiamo anche affermare che questo manichino senza coscienza che “sòna, canta e balla” ce lo siamo inventato in questo nuovo millennio, e sembra che le persone comuni rivendichino questa sorta di pupazzo ammaestrato come l’unico degli artisti possibili; se ne fa un gran parlare ultimamente per quel che riguarda il rap, laddove frotte di “fans” minacciano di lasciare il gregge in seguito alle esternazioni politiche del proprio idolo, da un lato negando il sacrosanto diritto e l’imprescindibile dovere dell’artista di metterci la faccia, dall’altro dimenticando lo spirito con cui la cultura hip-hop ha salutato il sole per la prima volta; questione, rimanendo in tema di generi dominanti nel 2019, che sembra invece non scalfire minimamente il popolo dell’Indie, che può contare incondizionatamente sulla faccia di bronzo della sua base e dei suoi rappresentanti, sempre in prima fila quando c’è da parlare per calembour e asini fluttuanti, mai quando la situazione richiede un pugno sul tavolo assestato con decisione.

Un articolo di una noto ufficio stampa, tempo fa, si chiedeva per l’appunto che fine avessero fatto gli artisti ribelli, quelli capaci di affrontare in musica rose spinose e sentieri accidentati; quello che questi signori forse non sanno ( e mi pare di averglielo anche scritto) è che queste creature mitologiche esistono ancora, vive e vegete, probabilmente relegate a fasti minori proprio per le idee politiche o sociali che portano addosso.
Se una Caterina Balivo, una Barbara D’urso e rispettive produzioni lo credono opportuno, possono invitare in studio gli Assalti Frontali o Il Muro Del Canto o Filippo Andreani o Elio Germano come tanti altri, e chiedergli cosa pensino della situazione attuale (per poi ostracizzarli come i The Gang interdetti dalla RAI nel 1991 dopo un intervento poco gradito al democraticissimo concerto del 1 maggio). Ci andrà, in vece, più probabilmente Cristicchi a parlare della “giornata del ricordo”, o quanto di più inoffensivo, neutro, in una parola DEMOCRISTIANO il panorama culturale italiano possa offrire.

“(…)Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”  G.M.V.

Cuchi e gli Slamer

Siamo alle solite, quando si parla di “arte” ogni accenno di variazione sul tema ferisce nell’orgoglio i baroni parruccati della sacra accademia.
Come diceva Bene (che probabilmente Cucchi avrà apprezzato nonostante abbia ampiamente rotto schemi e schemini, al tempo suo) “l’arte e’ sempre stata borghese” .
E storicamente, quei rari artisti provenienti dalla nuda terra piuttosto che dall’aristocrazia culturale erano soliti riscattare se stessi lanciandosi alla scalata sociale , affrancandosi trionfalmente dalla miseria, dal popolo, dalla vita cruda… o almeno questa è la versione che ci e’ stata fornita ( sempre dagli alti uffici).
Questo per dire che “l’orrido muro” citato nel testo e’ invece un concetto terribilmente corretto, ma che rappresenta la parete padronale che occlude a interessantissime realtà culturali come la Slam Poetry la possibilità di venire legittimata, riconosciuta appieno rimanendo se stessa. Ovvero di restare con propria gente e non, al limite, di trovarsi vittima di un assorbimento coatto come quello che vediamo perfettamente riuscito sulla Street Art o ai piani alti del Rap.
In questa tedioso componimento, dalle “colonne” del Corriere, Cucchi raglia di homo sapiens,slamer (una M non ce l’ha fatta), scimie (come sopra), con quel linguaggio odiosamente barocco, con quel feroce, infantile, notorio disgusto che la borghesia da sempre vomita addosso le classi subalterne, in special modo quando osano rivendicare il diritto a produrre arte, musica e poesia “organica” al proprio stato sociale, senza il rifiuto della propria condizione, senza il desiderio di lasciare il fango della strada per sedersi a declamare nel salotto buono, con la plastica sulle poltrone e quell’odore di naftalina che fa rivoltare lo stomaco.

paolo agrati

La cosa che mi ha colpito della poesia-critica di Maurizio Cucchi uscita sul Corriere della Sera qualche giorno fa, è che la critica si risolva in un mero, scarsissimo dileggio e che la poesia invece sia orribile. Da uno come lui proprio non me lo aspettavo, uno che mi pare sappia bene che lo spazio sulla carta va guadagnato.

È cosa sacrosanta battagliare per le proprie idee, proporre con forza la propria opinione, anche dileggiare il nemico è lecito in tempi di guerra, ma qui non si può manco concedere l’onore alle armi.

Per dirla tutta non sembra nemmeno una guerra, bensì il solito ritornello ritrito dell’anziano che se la prende con la modernità in maniera scomposta, come prendersela col videocitofono, con gli ascensori, con i treni ad alta velocità, con le patatine ai cinque gusti, con google chromecast.

Lo dico perché questa poesia orrenda punta ad essere ironica…

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Belluscone – Una storia siciliana (F.Maresco, 2014)

Un altro film documentaristico che stavolta porta la firma “parziale” di Franco Maresco, forastico regista palermitano alla seconda uscita “solista” dopo il taglio netto alla ventennale collaborazione artistica con Daniele Ciprì.
L’intento e’ intrigante quanto pericoloso: rintracciare e documentare le radici siciliane dell’ascesa di Silvio Berlusconi.
La vicenda si sviluppa in sorprendenti intrecci tra il “racket” di cantanti neomelodici gestito da Ciccio Mira, impresario dello spettacolo e tuttofare per Cosanostra, pirotecniche feste di piazza, brani dedicati al Cavaliere, “pizzini” passati sui palchi e inoltrati dal cantante di turno ai “bravi ragazzi ospiti dello stato”, interviste a collaboratori di giustizia, seguendo un nero bastimento natante su un mare di sangue e denaro, che dai mandamenti di Palermo porta ai cantieri di Milano2 sotto la guida salda di Marcello Dell’Utri.
Finché un giorno sulla segreteria telefonica di Tatti Sanguineti, cinefilo e critico incaricato da Maresco di reperire informazioni per la pellicola, compare un misterioso messaggio del regista che afferma di voler accantonare momentaneamente il progetto, temendo di essersi cacciato in guai seri.
Franco Maresco, seppur normalmente tendente a depressione e isolamento, svanisce nel nulla. Da questo punto in poi sta a Sanguineti seguire le orme dell’amico e cercare di completare il lavoro.

Quanto di realtà e quanto di finzione scenica si tratti in questo film lo lascio decidere a voi dopo la visione, indiscutibilmente ci troviamo di fronte ad un documentario d’autore che, pur mantenendo il tratto stilistico del grottesco caro al regista, affronta con dicisione un tema forse trito, forse gia trattato a livello giornalistico, ma ancora caldissimo, ancora motivo di scontro in alcune zone specifiche del sud Italia.

Numero zero – Alle origini del rap italiano – Enrico Bisi (Withstand, 2015)

SPOILER: Sono un profano.

Quando la pellicola sfuma al nero e appaiono i titoli di coda, rimango con le mani in mano e avverto un senso di nostalgia, un po per quello che ho perso, un po per quello che non ho mai avuto. Un altro po per quello che potevo fare e non ho fatto. Quella notte ho dormito poco.
E’ una storia forse trita e ritrita quella del rap in Italia, ma che a me piace guardare e riguardare per la massiccia dose di spontaneità, aggregazione e libertà di movimento che mi ispira, per lo spirito che mi infonde : questa cosa la devi fare perché la devi fare, e la devi fare bene, perché se la fai bene ce la puoi pure fare. Prima per te stesso, poi per tutti quanti.
Enrico Bisi “torchia” Neffa, Ice One, Kaos, Next One, Esa, Tormento e poi Danno, Frankie Hi-Nrg, J-Ax, Fibra. Si fa raccontare la nascita, l’incredibile ascesa, il successo, il canto del cigno, la morte e poi il risorgere della parabola Rap Italia, andando a fondo sui testi e sulle basi, sul rapporto con le droghe, le Posse, il nord e il sud (forse un po marginalizzato), la “street credibility” ,lo star system e l’improvviso interessamento dell’Industria.
Una scena di ragazzi che sputavano rospi grossi come palloni da basket, che sono stati male , che hanno sbagliato, e che ci hanno saputo fare quando era il momento di prendere una decisione.

Daniele Ridolfi – “Via Trento” (Vari, 2018)

Sono un pessimo ascoltatore di musica, superficiale, svogliato, incostante, fino a quando non decido di scrivere di un disco, e allora lo ascolto con l’attenzione che merita: così è accaduto con l’album “Via Trento” del cantautore e scrittore lecchese Daniele Ridolfi.
Il disco vanta un’efficace incipit di nome “Idee Confuse”, in cui l’autore parla come se si preparasse a raccontarci una vita intera poggiando su una scarna pista di ukulele, con voce ferma e tranquilla, che si arrochisce talvolta sull’onda dell’emozione , in una costante che accompagnerà l’intera tracklist.
“Per il tuo nome” è il pezzo genitoriale che ricordo fece lacrimare più persone in una notte di primavera al Decibel di Magenta, “Imparerò domani” conta delle metriche interessanti su di un testo che ha del letterario, “Le Quattro di notte” ha l’intenzione, il piglio e la sgangheratezza di un’anthem da osteria; e poi l’ostentata melanconia di “Samba triste”, lo schierarsi a scudo degli ultimi in “Giocondo”, l’istantanea da bar nel percussivo “talkin’ folk” della title track.
Daniele Ridolfi mi ha dato l’impressione di aver scritto un disco per se stesso, non si preoccupa di spiegare luoghi, persone  e riferimenti vari, con la calma e la sporadica dirompente emotività espressiva di chi sta suonando sul bordo del letto di casa. Tutto questo, applicato ad un prodotto “Pubblico”, non fa che preservarne la naturalezza e far perdere le tracce delle piccole ingenuità riscontrate lungo il percorso.

Bye bye, Uomo Lupo.

Questi sono giorni di incisioni continue, scrivere, cancellare e riscrivere, accordare, dormire poco e male. E man mano che “Cinema” prende forma, mi rendo conto che il ciclo e l’atmosfera di “Hombre Lobo Sessions” si stanno esaurendo.
Entrai in studio nel settembre 2017, all’ “Hombrelobo studio” appunto, non nella forma mentale perfetta per affrontare un disco, ma non voglio parlare di questo.
Come spesso mi accade, l’ispirazione per il mood del disco mi venne da una frase che lessi su un fumetto biografico su Johnny Cash : Johnny diceva a qualcuno di voler “scrivere un concept album sulla gente comune, raccoglitori di cotone, fabbri, casalinghe, ferrovieri, medici di campagna”.
Cosi iniziai buttando giu “Zafferino” basato sulla vera storia del mio bisnonno Riccardo, “Questo mondo non mi renderà cattivo” circa le avventure di uno dei miei migliori amici (la musica la presi da una vecchia canzone in inglese che avevo scritto per un’altra band, i Black Bass), ed “Il fantasma di Toni Toscano” che io intendevo come una piccola epopea piena di riferimenti storici e letterari, da Verga a Steinbeck a Sindici a Springsteen e oltre.
Poi ci misi in mezzo un paio di vecchie canzoni mai incise , “Il vestito della festa” e “Statale bis”, che qualche anno prima volevo usare per un disco di nome “Fort Eremo”.
“Un altro giorno di gloria” era il mio modo per cantare “That lucky old sun”, una delle mie canzoni preferite, “Beat Hop” era ispirata al film “God’s Pocket”, “Rolex” la mia reazione di pancia alla repressione all’Expo di Milano, mentre “Sempre meglio della paura”… beh e’ quello che senti, amico mio.
Scrissi “L’omicidio di Abd El Salam” per protestare contro l’omicidio a sangue freddo di un’operaio della GLS di Piacenza (sulla progressione di “The murder of Liddle Towers” degli Angelic Upstarts) . Poi volevo un pezzo per movimentare le acque e pensai a Jimmy Cliff, poi guardai mio padre e buttai fuori “Uso quello che ho”. In registrazione decidemmo con Roberto di Hellnation e Giulio di Green Records di fare un disco “Alla Nebraska” , e così tirammo fuori qualche demo dell’anno prima e lo gettammo in barca.
Adesso è ora che questa barca vada altrove. E sinceramente non potete nemmeno immaginare dove.

(In foto, un attimo prima dello scatto di copertina, Londra 2016)