Bessie Smith, l’Imperatrice.

Quand’ero ragazzino in allegato al giornale di mio nonno mi arrivò un disco dal nome “Empress of the blues”. Lo ascoltavo moltissimo, riuscivo a percepire il dolore e la voglia di rivalsa che grondavano da ogni nota di quella voce.
La voce di Bessie Smith.

Orfana di padre e cresciuta in miseria, per mangiare comincia da ragazzina a calpestare le assi del palcoscenico nelle popolari Vaudeville, cambiando numerose compagnie ed orchestre, da Chattanooga a Philadelphia ad Atlantic City.
Nel 1923 per intercessione di Clarence Williams firma il suo primo vero contratto alla Columbia Records, diventando in breve tempo “L’imperatrice del Blues” , perennemente divisa tra turnee, spettacoli teatrali ed incisioni.
Il crollo di Wall Street e la conseguente “Grande Depressione” del 1929 stroncarono la sua carriera come un filo d’erba: le principali case discografiche fallirono, i locali dove imperversava chiusero soppiantati dal cinema sonoro, la richiesta di blues si fece minima.
Dopo alterne fortune sul mercato inglese e americano, Bessie Smith morì in un terribile incidente d’auto nel 1937.

La sua eredità è sconfinata, il suo stile vocale ha influenzato Billie Holiday, Janis Joplin, Ella Fitzgerald e centinaia di altre cantanti.
A me piace ricordarla come la si vede nel cortometraggio “St. Luis Blues” : vestita a pois con il cappellino ed un boccale di birra tra le mani, mentre china il capo inconsolabile ruggendo

“Odio guardare il sole della sera che va giù
odio guardare il sole della sera che va giù
perché il mio uomo ha lasciato la città
domani mi sentirò proprio come oggi
domani mi sentirò proprio come oggi
prenderò il mio baule ed uscirò di scena”

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Woody and the Black Dahlia: omicidio a Los Angeles.

Quando Elizabeth Short venne trovata segata in due ed orribilmente mutilata nel gennaio del 1947 a Leimert Park, Los Angeles, una folta rosa di sospettati fu prodotta dalla polizia e dall’ufficio dello sceriffo della contea.
Tra i numerosi nominativi spuntava, con indizi spesso trascurabili, anche qualche celebrità, compreso il famoso folk singer Woody Guthrie.
Guthrie venne indiziato a causa della denuncia esposta da una donna della California settentrionale, alla quale sembra che il musicista rivolgesse atteggiamenti morbosi, spedendo ritagli di giornale e lettere con espliciti riferimenti sessuali.
Nonostante il collegamento di Guthrie al caso della “Black Dahlia” resse pochissimo tempo, qualche “zelante” uomo di legge approfittò della situazione, probabilmente a scopi politici (in quei giorni la lotta all’infiltrazione comunista fu più dura che mai, ricordiamo che il 1947 e’ l’anno in cui la Commissione per le attività Antiamericane fece a pezzi il cinema di Hollywood), cercando di incriminarlo per invio di materiale non autorizzato a mezzo posta.

James Ellroy – “Il grande nulla” (The Mysterious Press, 1988)

“Sono un cristiano nazionalista, militarista e capitalista”

Se cercavi un modo per farti odiare da me, James Ellroy, l’avresti sicuramente trovato se non avessi amato alla follia il tuo romanzo, la tua scrittura e la struttura architettonica del tuo mondo letterario.
Se fossimo in un tuo libro, ti sparerei una pallottola per ogni odioso attributo che dai alla tua persona.
Invece ho appena finito di leggere “Il grande nulla”, e credo che tu sia uno scrittore incredibile, nonché l’ennesimo rivoltante provocatore fine a se stesso, per “epater le borgeois” come si dice.
Per scandalizzare i borghesi, appunto: ma io sono agnostico, inclusivista, libertario e proletario anti-capitalista.
Bando alle ciance, grandissimo libro facente parte di una tetralogia che affiancata ad atre trilogie e pentalogie cerca in un’unica, grande operazione letteraria di ricostruire la storia degli Stati Uniti d’America sotto la gelatina nera della crime story.
A cavallo del 1950, tra le vicende VERE delle faide tra Cohen e Dragna per il controllo della città di degli Angeli, Il giovane zelante Danny Upshaw, Il balordo ex agente Buzz Meeks e il futuro capitano Mal Considine si troveranno a districare le piste e gli intrecci che saldano le vicende di un maniaco omicida di omosessuali con le infiltrazioni comuniste ad Hollywood.
Quasi 400 pagine serrate, un ritmo impressionante, svolte sconvolgenti  dall’autore di “L.A. Confidential” e “Black Dhalia”.

L’ha detto l’esperto di social-media- entertainement: Povia si è accollato la canzone di protesta, e da solo.

Una nota compagnia di promozione musicale cerca la frase a effetto, il famoso “click bait”, e lo trova in :”Quando l’unico cantautore impegnato è…Povia”.
“A pensarci bene, è anche l’unico che sta raccontando e descrivendo la situazione attuale italiana mettendola in musica.” E ci hanno anche pensato bene.
Sorvoliamo sull’abominio Povia, un esperimento fallito in tutte le sue inutili declinazioni.
Tralasciamo a malincuore la portata di un circuito punk/hardcore/hip hop/reggae che, immerso nel sociale fino al collo, ha i numeri (ma non l’appeal, forse) per risalire la china nazionale.
Ora mi domando ‘sta gente, che campa evidentemente di musica, su quale dannato pianeta vive.
Se Povia trascina 100 persone nelle palestre delle amministrazioni della Lega per sparare le sue boiate, i Gang riempiono locali pubblici, C.S. e feste comandate da 30 anni, la Banda Bassotti ha appuntato più bandierine nei paesi del mondo che Giuseppe nell’hinterland milanese, per non dilungarci su Bobo Rondelli, Cisco, Filippo Andreani, Kento, Assalti Frontali, Muro del canto per citare solo i più noti.
Viene da domandarsi se questa sorta di nostalgia ’70 non sia un paravento dove nascondere l’incapacità di analizzare la situazione odierna : forse nello stesso paese dove Salvini proietta il suo faccione su ogni piattaforma e viene arrestato uno come Lucano, e’ normale che mentre Muro del Canto e Assalti Frontali incastrano 3.000 persone in un centro sociale per una sensibilizzazione ambientale, l’unico di cui l’industria e la stampa si ricordi e’ Giuseppe Povia, cosi come ieri pontificava su Cristicchi e il suo anticonformismo da quattro soldi.
Domanda: forse perché sono più che altro antifascisti e nella fattispecie, spesso, comunisti, e c’e’ ancora un conflitto morale in atto sull’argomento?si. O forse perché Povia è una ridicola macchietta che puoi sorbirti comodo comodo sulla poltrona del tuo stupido ufficio, lo Stato Sociale e’ un fin troppo facile bersaglio radical, mentre se alzassi le chiappe, forse, la fuori, qualcosa di reale è sempre esistito e continua a spingere e pulsare?
Ancora, si.
Visto che ci sono, social media manager, ti lascio anche 5 esempi relativi agli ultimi due anni, e se e’ quello che ti stai chiedendo in questo momento no, non se li ascolta solo il cognato, tutt’altro.

Alessio Lega – “Abd El Salam”

Gang – “ Marenostro”

Muro del Canto – “Figli come noi”

Arpioni – “Sould i stay or should i go?”

Assalti Frontali- “Piazza Indipendenza”

Sunday Special: The Jook, a different class.

Il termine “Junk Shop Glam” fu coniato da Tony Barber dei Buzzcocks per indicare una costellazione di bands, che pur non essendo Bolan, Bowie, Slade o Glitter lasciarono all’inizio degli anni 70 un marchio indelebile nella scena.
I più “Glam da rigattiere” di tutti sono senza ombra di dubbio i Jook di Edimburgo, una formazione che non avuto accesso ad i pascoli dell’abbondanza per pura sfortuna.
Ian “Ralf” Kimmet era nel 1971 uno squattrinato produttore discografico quando si trovò a dividere l’ufficio con Trevor White: i due decisero di mollare le rispettive buste paga per mettere su una propria band, in un periodo in cui, nel pieno dell’esplosione Glam, la cosa non sembrava poi così impossibile.
Definita la formazione ed integrata con John Hewlett nel ruolo di manager, trovarono in breve tempo un contratto con la RCA dal quale uscì il primo, acerbo singolo “Allright with me/Do what you can”.
Nonostante le deludenti vendite, la band trovò subito un punto di forza: vestiti ed acconciati da Bovver/Boot Boys, capelli corti, bretelle, scarpe da pugile e parallels, i Jook infiammarono le platee gremendo, soprattutto di giovani turbolenti skinhead, le sale concerti del regno unito: all’Edmonton Sundown di Londra furono residenti per 12 gigs in un anno.
la band rivale dei Bay City Rollers, dopo aver inizialmente preso in giro il loro look, furono costretti ad adeguarsi presentandosi vestiti da “teppisti” a Top of The Pops.
Rinvigorita dal discreto successo, la band invade gli Olimpic Studios e ne esce ne 1972 con “Shame/City suburban blues” , un duetto di semplici cover che hanno però il pregio di dare spazio all’aggressività congenita che la band dimostrava dal vivo: la mitologia vuole che il singolo fosse una sessione di prove registrata senza il consenso della band.
Ma il successo ritarda ancora ad arrivare.
La RCA insiste sulla band, svariati produttori e hit-makers vengono reclutati a turno per cercare un singolo di successo che non arriva, fin quando John Burgess non produce con la band il singolo “Bish Bash Bosh/Crazy Kids” in perfetto stile glam rock: un successo.
Sui muri di Londra le scritte “Jooks rule ok” si moltiplicano per mano sconosciuta mentre la band e’ in procinto di partire per i concerti della consacrazione di spalla agli Sweet per lo “Sweet Fa Tour”, la prova più importante, quando improvvisamente il castello sembra crollare. Il frontman degli headliners ferito in una rissa da strada, tour annullato.
I Jook entrano ancora in studio e paradossalmente realizzano la migliore sessione della loro carriera, quella con i classici “Aggravation Place”, “Different Class”, “La la girls”.
Ma la RCA non si fida più e scarica gruppo , l’occasione e’ perduta, Kimmet decide di sciogliere la band, rifiutando persino un contratto da solista con l’etichetta.
“Ralf”  continuerà la sua carriera di produttore mentre Trevor White tenterà la carriera solista ripartendo proprio dalla sua hit “Crazy Kids”.
Del potente, aggressivo, sfrontato, periferico, Bovver rock’n’roll dei Jook rimarrà solo una manciata di singoli in mano ad un manipolo di appassionati, riuniti in un fantastico cd illustrato edito da RPM nel 2005.

Hustler: Opening Act for Queen, Rainbow Theatre (1974)

Essendo io notoriamente feticista dei Queen, tempo fa, cercando sul canale ufficiale, mi imbattei in una supporting band del concerto al Rainbow del 1974: niente di meno che gli Hustler.
18 minuti di live tirato per una grande band allora gli esordi ( sarebbe comunque durata pochissimo), per capirci parliamo degli gli autori della celeberrima “Get outta me ‘ouse” resa famosa in ambito punk da una riuscitissima cover dei Business.
“Eravamo affamati, cazzuti e cockney, con un sacco di cose da dire, e ci offrirono di aprire alla migliore band del periodo” ricorderà il batterista Tony Beard.