Saturday Classics: Laurel Aitken & The Skatalites – “Ska Titans” (Moon Ska,1999)

Saturday Classics: Laurel Aitken & The Skatalites – “Ska Titans” (Moon Ska,1999)

La prima cosa che mi conquistò di questo disco fu assolutamente la registrazione: una naturale evoluzione del classico suono giamaicano dei sixties , ottimizzato in resa e potenza ma che conserva la ruvidezza, il sound “sporco” che rappresenta l’impronta caratteristica della leggendaria super band.
Parliamo di due mastodonti, da una parte Lorenzo Antonio Aitken, il “padrino dello ska”, l’artista cubano che attraversa l’intera epopea della musica giamaicana, dal Mento e Calypso degli esordi al Rhytm and Blues “nazionalizzato” di fine anni cinquanta, dallo Ska al Rocksteady al Reggae fino all’avventura nella Dancehall; dall’altra gli Skatalites, il manipolo di jazzisti formati sulle navi da crociera che all’inizio degli anni sessanta perfeziona il suono in levare dello Ska accompagnandolo mano nella mano per i decenni a venire, in cartellone nomi leggendari come Don Drummond, Lloyd Knibb, Jackie Mittoo, Tommy Mccook, Roland Alphonso e poi Lord Tanamo, Jackie Opel, Doreen Shaffer.
Collaborazione che non avveniva dal leggendario Ska Splash Tour 1996 (del quale sono presenti tre tracce) , ed in studio addirittura dal 1964, quella di “Clash of the ska titans” si può considerare una dimostrazione di potenza e geometria, con un Aitken in forma eccezionale supportato degli Skatalites con all’epoca ben 35 anni di rodaggio sulla strada: i classici del prolifico songwriter e produttore si alternano alle hit storiche della band e agli insindacabili omaggi, come il meraviglioso tributo alla Motown Records in “Same old song”.

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Nessuno me l’ha chiesto. I cinque libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita?

Nessuno me l’ha chiesto.
I cinque libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita?
Sicuramente parto da “Cella 2455 – Braccio della morte” di Caryl Chessman: un libro del 1954, con profonde riflessioni sul sistema di giustizia americano e rigide regole di condotta spirituale, scritto in cella da un criminale condannato a St.Quentin alla sedia elettrica che riuscì, leggendo e studiando la legge, a prorogare la sua esecuzione di ben dodici anni.
Insisto con “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, edito nel 2009, indagine critica e documentata sull’etica alimentare ed il business del consumo di carne, che nel mio caso, come per tante altre persone nel mondo, ha contribuito a radicalizzare la scelta di escludere la carne dalla mia dieta, ormai cinque anni fa.
In terza posizione troviamo John Fante, vorrei nominare almeno l’intera saga di Arturo Bandini, ma devo passare a malincuore oltre “Chiedi alla polvere” e i “Sogni di Bunker Hill” per approdare ad un’altro romanzo appartenente invece alla saga dei Molise, “La confraternita dell’uva” del 1977, uno dei testi più completi e struggenti che abbia mai letto, capace di influenzarmi enormemente sul piano tecnico e narrativo (se cosi lo posso definire).
Immancabile lo scrittore giramondo Jack London con il romanzo “Martin Eden” del 1909, del quale (non so davvero perché) mi ha sempre coinvolto la storia del marinaio grezzo e volgare che sogna di diventare un grande scrittore! Un libro robusto con una storia forte, ingiustamente relegato al reparto infanzia dalla mia biblioteca di paese.
Chiudo con un tributo personale all’ambiente sottoculturale da cui provengo, citando come ultimo il bellissimo libro “Skinheads” di John King del 2008 .
Ponendosi al di fuori degli scritti passati dell’autore, e’ un libro che a dispetto del titolo “forte” dimostra una profonda umanità nello sceneggiare alle vite delle tre “teste rasate” (nonno, padre e nipote) che si ritrovano a fare i conti con la vita, con le pratiche quotidiane, con gli anni che passano e con i rapporti umani alla luce dei quarant’anni di vita del “culto” skinhead.

Kento & The Woodoo Brothers – “Radici” (Relief Records Europe, 2014)

Il destino a volte e’ strano.
Quando il collettivo True Believers organizzava ancora concerti nella nostra provincia, invitammo Kento. Fu una serata sfortunata, poca gente, non ho avuto occasione né di conoscerlo né di ascoltarlo. Qualche tempo fa me ne ricordo e vado a cercare questo disco.
La prima cosa che penso, nell’euforia iniziale, è che Kento & The Woodoo Brothers hanno avuto avuto nel 2014 la stessa idea che ho avuto io nel 2018 : un disco che fonda sonorità moderne alle vecchie radici Blues e R’n’b. La differenza sta nel punto di partenza, lui dal rap, io dal folk.
Un disco di una compattezza disarmante, l’appassionato flow del rapper calabrese che fa l’amore con il groove della superband Woodoo Brothers (One man 100% bluez, Bud Spencer Blues Explosion) , rime pesanti come piombo di proiettile sempre in bilico tra il racconto di strada e la velleità letteraria con la piena consapevolezza della canzone civile, esplorando le origini del sound e della parola, “La radice del mio suono sta nel canto popolare” per citare “Roots Music”, uno degli episodi più significativi.
Le collaborazioni non finiscono mai, da Pietrangeli ai Mob Deep, da Danno a Ensi a Ice One fino al poeta Lello Voce ed alle inedite testimonianze di Giovanni Impastato, figlio di Peppino.