The Stockbroker – 35 years a punk poet

 

Non mi propongo di parlare di questi sedici minuti di documentario per celebrare l’uomo e la sua arte, ma semplicemente per l’ispirazione continua che uomini di questo calibro continuano ad esercitare, a titolo specifico e personale, su quello che sono e su quello che devo fare.
“Mamma, voglio fare il poeta!” avrà probabilmente urlato il piccolo uomo, al secolo John Baine, suscitando le risate e le preoccupazioni della famiglia e di tutte le altre persone incontrate lungo la strada. E invece la storia di Attila the Stockbroker è appunto quella di un poeta, un declamatore di Rant Poetry che batte la strada ogni singolo giorno per fare della poesia la sua vita e, inevitabilmente,  della sua vita una poesia.

“Yo, sono un’MC di ranting poetry ribelle
conosco la mia storia e la mia identità
un indipendente, padrone di me stesso
DIY da qui all’eternità”

 

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Daniele Biacchessi – “L’altra america di Woody Guthrie” (2018)

E’ un libro che ho deciso di leggere in viaggio, come se si potesse mai tracciare un parallelismo assurdo tra un “hobo” (o migrante economico come qualche burocrate lo chiamerebbe al giorno d’oggi) sballottato sulle strade ferrate americane ed un musicista seduto su un regionale diretto a Milano Centrale; ed e’ stato il prodotto di un’amichevole scambio, tra l’ultima opera del cronista, scrittore, autore, redattore, speaker radiofonico ed oltre Daniele Biacchessi , ed un mio disco “Hombre Lobo Sessions”.
Mi accingevo ad iniziare il libro gia parzialmente formato da letture varie, cartacee e digitali, sulla gigantesca figura di Woodrow Wilson Guthrie, prima su tutte la monumentale opera di Alessandro Portelli: ma l’impostazione di “L’altra America di Woody Guthrie” mi apparve da subito differente.
Il taglio “politico” che Biacchessi inferisce al personaggio Guthrie pone in rilievo una serie di aspetti spesso evitati da una mitologia che calca la mano dipingendolo come il semplice “true american hero” : il Guthrie comunista; quello interventista e successivamente soldato volontario nella seconda guerra mondiale; quello perseguitato in patria, alla stregua di tanti suoi simili, dagli sciacalli delle “attività anti-americane” del Federal Bureau di J.E.Hoover ; il Guthrie coscientemente a difesa delle classi subalterne, e spesso meno ingenuo di quello che si potrebbe credere.
Una lettura importante che ho interrotto a poche pagine dalla fine, quando in uno scatto di fratellanza ho prestato il libro ad un grande amico che se lo meritava, e che sapevo non avrei rivisto molto presto.

Due parole per Sigaro.

Per iniziare ad aggiornare di nuovo Folk Beat Vendetta non potevo che spendere due parole, molto più di quanto abbia gia fatto in questi giorni, sulla scomparsa di Angelo “Sigaro” Conti.
Quando la sua voce irruppe di prepotenza, lo fece nelle vite di un gruppo di ragazzi che dopo la scuola facevano i muratori, giardinieri e “pittori da muro”, in una provincia disastrata 30 km a nord di Roma.
“Avanzo di cantiere” era la prima cosa che parlasse veramente di gente come noi, le facce in copertina erano quelle dei nostri cugini e fratelli, dei nostri padri e dei nostri nonni: la politica per come la intendono loro non ce l’avrebbero fatta mai a mettercela in testa ma, indubbiamente, una profonda ed orgogliosa coscienza di classe si ( anche se non nego che un paio di noi divennero temporaneamente ultracomunisti).
E noi credevamo che quando ce li ascoltavamo con le tute luride e le birre in mano sulle scalinate dei campi da tennis, avevamo più diritto di altri a farlo.
20 anni dopo sono allo scalo 77 a preparare il live, e conosco in una botta sola due giganti, Sigaro e Marino Severini. Mi comprano i dischi, parliamo parecchio, ci beviamo qualche litro. Pato, me chiamava. “A Pato bisogna che annamo tutti dal vivo insieme, nii teatri, famo na cosa de classe operaia”.
Che se c’e’ un’eccellenza in Italia so proprio gli operai, me l’avrai ripetuto 20 volte. Ed era vero 40.
C’e’ qualcosa di più della musica, di più della classe, che mi ha legato sempre alla figura di Angelo, forse se venite a conoscere mio padre capite il perché: stessa parlata, stesso dialetto, stessa faccia de legno, stessa periferia di Roma, pressappoco stesso mestiere, stessa età.
E stesse mani, de quelle che quando te vòle fa na carezza e’ carta vetrata, e quando te deve da “na cinquina” e’ un sampietrino in faccia.
“De quelli hanno buttato lo stampo” come se dice.
Mo tocca a fa da soli.