Daniele Ridolfi – “Via Trento” (Vari, 2018)

Sono un pessimo ascoltatore di musica, superficiale, svogliato, incostante, fino a quando non decido di scrivere di un disco, e allora lo ascolto con l’attenzione che merita: così è accaduto con l’album “Via Trento” del cantautore e scrittore lecchese Daniele Ridolfi.
Il disco vanta un’efficace incipit di nome “Idee Confuse”, in cui l’autore parla come se si preparasse a raccontarci una vita intera poggiando su una scarna pista di ukulele, con voce ferma e tranquilla, che si arrochisce talvolta sull’onda dell’emozione , in una costante che accompagnerà l’intera tracklist.
“Per il tuo nome” è il pezzo genitoriale che ricordo fece lacrimare più persone in una notte di primavera al Decibel di Magenta, “Imparerò domani” conta delle metriche interessanti su di un testo che ha del letterario, “Le Quattro di notte” ha l’intenzione, il piglio e la sgangheratezza di un’anthem da osteria; e poi l’ostentata melanconia di “Samba triste”, lo schierarsi a scudo degli ultimi in “Giocondo”, l’istantanea da bar nel percussivo “talkin’ folk” della title track.
Daniele Ridolfi mi ha dato l’impressione di aver scritto un disco per se stesso, non si preoccupa di spiegare luoghi, persone  e riferimenti vari, con la calma e la sporadica dirompente emotività espressiva di chi sta suonando sul bordo del letto di casa. Tutto questo, applicato ad un prodotto “Pubblico”, non fa che preservarne la naturalezza e far perdere le tracce delle piccole ingenuità riscontrate lungo il percorso.

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Bye bye, Uomo Lupo.

Questi sono giorni di incisioni continue, scrivere, cancellare e riscrivere, accordare, dormire poco e male. E man mano che “Cinema” prende forma, mi rendo conto che il ciclo e l’atmosfera di “Hombre Lobo Sessions” si stanno esaurendo.
Entrai in studio nel settembre 2017, all’ “Hombrelobo studio” appunto, non nella forma mentale perfetta per affrontare un disco, ma non voglio parlare di questo.
Come spesso mi accade, l’ispirazione per il mood del disco mi venne da una frase che lessi su un fumetto biografico su Johnny Cash : Johnny diceva a qualcuno di voler “scrivere un concept album sulla gente comune, raccoglitori di cotone, fabbri, casalinghe, ferrovieri, medici di campagna”.
Cosi iniziai buttando giu “Zafferino” basato sulla vera storia del mio bisnonno Riccardo, “Questo mondo non mi renderà cattivo” circa le avventure di uno dei miei migliori amici (la musica la presi da una vecchia canzone in inglese che avevo scritto per un’altra band, i Black Bass), ed “Il fantasma di Toni Toscano” che io intendevo come una piccola epopea piena di riferimenti storici e letterari, da Verga a Steinbeck a Sindici a Springsteen e oltre.
Poi ci misi in mezzo un paio di vecchie canzoni mai incise , “Il vestito della festa” e “Statale bis”, che qualche anno prima volevo usare per un disco di nome “Fort Eremo”.
“Un altro giorno di gloria” era il mio modo per cantare “That lucky old sun”, una delle mie canzoni preferite, “Beat Hop” era ispirata al film “God’s Pocket”, “Rolex” la mia reazione di pancia alla repressione all’Expo di Milano, mentre “Sempre meglio della paura”… beh e’ quello che senti, amico mio.
Scrissi “L’omicidio di Abd El Salam” per protestare contro l’omicidio a sangue freddo di un’operaio della GLS di Piacenza (sulla progressione di “The murder of Liddle Towers” degli Angelic Upstarts) . Poi volevo un pezzo per movimentare le acque e pensai a Jimmy Cliff, poi guardai mio padre e buttai fuori “Uso quello che ho”. In registrazione decidemmo con Roberto di Hellnation e Giulio di Green Records di fare un disco “Alla Nebraska” , e così tirammo fuori qualche demo dell’anno prima e lo gettammo in barca.
Adesso è ora che questa barca vada altrove. E sinceramente non potete nemmeno immaginare dove.

(In foto, un attimo prima dello scatto di copertina, Londra 2016)