Dalton – “Papillon” (Hellnation, 2020)

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Qualche considerazione sul nuovo lavoro dei Dalton, “Papillon”.
Vorrei soffermarmi il meno possibile su quello che è già stato ampiamente valutato e soppesato, a torto o a ragione, dalla critica specializzata, per concentrarmi in maniera particolare su quello che non è stato detto.
Prima di tutto, vorrei affrontare il tema dell’eterna lotta contro la birra, l’Oi! e i cori da stadio che ogni band proveniente dal nostro circuito deve ingaggiare contro chi scrive di musica. Un marchio sulla carne, portato con fierezza e che certo sottopelle influenza il lavoro,  praticamente impossibile da scrollarsi di dosso. Anche perché chi scrive spesso deve coprire un tot di battute con spazi, e quelle sono parole che riempiono bocche, righe e capocce (Soprattutto se il firmatario del pezzo ha ascoltato l’album mentre giochicchiava col telefonino).
Distrattamente, insomma, relegarci sempre nel nostro vecchio ghetto impolverato.
I Dalton, in particolare in quest’ultimo giovane capolavoro, rompono formalmente con la tradizione dell’Oi!, a patire proprio dai testi.
Le liriche di questo disco sono quanto di più lontano dall’auto-consolatorio, dalla retorica di classe, dai versi triti che ci sbraitiamo in faccia da trent’anni e che ci fanno sentire meglio, ma anche stare male sul lungo termine. In questo senso, se parliamo di street punk italiano, i Dalton si siedono dalla parte di chi ha saputo cambiare prospettiva, scolpire una pista vergine anziché seguirne una collaudata; dalla parte, per intenderci, dei Nabat di “Nati per niente”, dei Bull Brigade di “Strade smarrite”, anche se in modi e maniere naturalmente totalmente differenti; dalla parte, finalmente, degli unici modelli di gruppi che entrano veramente nel cuore dei ragazzi, non riempiendogli la testa con quello che vogliono sentirsi dire, ma ribaltando la visuale offrendo un nuovo punto di vista sulla realtà.
Se c’è dell’Oi! nei Dalton di “Papillon”, è il primordiale ruggito degli Sham 69, con analoghi elementi di goliardia, baldanza, street-credibility e creatività nell’immaginario.
Secondo punto importante, il ruolo del produttore.
Non conosco Glezos che di fama, ma ho apprezzato moltissimo il lavoro che ha fatto su questo disco, lavoro che ho potuto comparare avendo sentito (clandestinamente) il disco pre-prodotto all’Hombrelobo studio.
Quella del producer è una figura vecchia come il mondo, che nel nostro ambiente è quasi sempre stata respinta con sdegno: nel punk, le band sanno fare tutto da sole.
Falso.
Perché “Papillon” avrebbe potuto essere lo stesso un buon disco, ma non in questo modo, fidatevi di me in quanto ho sentito la differenza.
Una band accende gli amplificatori e parte; un istante prima un fonico di studio riprendeva la sessione, che poi mixerà secondo i principi standard che conosce, interpretando a sprazzi e spesso senza pathos.
È in quell’istante che il produttore fa la differenza: conosce il genere, ha in testa il disco finito, sa come rendere aggressiva una chitarra, rifinire una voce, bilanciare gli strumenti, irruvidire o levigare l’impatto, fare ponte e filtro tra le sacrosante pretese della band e le necessità del tecnico.
Glezos in questo disco è stato superbo, chiedendo presumibilmente al gruppo di fidarsi anche quando alcune scelte potevano sembrare azzardate, ed ha vinto.
Il suono è ruvido, da buona pasta di presa diretta, la voce è curata in maniera maniacale nelle varie dinamiche dei pezzi, il master non è soverchiato di bassi e di compressori, come si usa oggigiorno, in modo ti si smontino le casse dello stereo di casa, perché a “Papillon” dei Dalton non serviva giocare su un impatto superficiale.
Ancora una volta la band, forse, anzi sicuramente, più dei dischi precedenti, si dimostra inarrivabile negli arrangiamenti. Se un buon disco è quello del quale non riesci mai ad anticipare le mosse, “Papillon” ti gonfia di botte e nemmeno te ne accorgi. Ho masticato musica per tutta la vita, roba da fottersi le papille gustative, e in questo album raramente ho azzeccato nel prevedere la mossa successiva. Primo perché sono bravi, secondo perché sono pazzi.
Hanno trovato il modo di esprimere nella composizione tutta una serie di suggestioni che hanno, che ho anch’io, ma delle quali non saprei ben rievocare il quando ed il dove: l’atmosfera tribale di “Io e tu”, i botta e risposta in climax di “Marianne” cosi come le sue voci femminili, tutta una serie di sospiri e frasi a mezza bocca in “Qui quo qua” e “Per dio”. Probabilmente residuati incagliati nell’immaginario di questi ragazzi, schegge sopravvissute di un cantautorato che non è mai quello di De Andrè e Guccini, ma quell’altro, meno serioso, meno politico e non per questo meno profondo: quello di Battisti, Gaetano, Dalla. Canzoni straordinarie che a loro tempo hanno potuto entrare in classifica, e restarci.
I testi di questo disco sono di una spontaneità ed insieme di una poesia senza eguali nella categoria, scritti con la testa tra le nuvole ed i piedi per terra. A tratti sembra flusso di coscienza, una cosa simile alla “scrittura di scena” in teatro, dove si ha a mente il concetto fondamentale “a monte” ma si parla in libertà lasciandosi rapire dall’attimo. In questo lavoro si ribadiscono concetti importanti con frasi smorzate e leggere, “Puoi correre con il fiatone o salvare un rondone, ma non è detto che volerà”, “Come un neon diffettoso, non trovi riposo”, “Se ripartirai, il tuo posto è accanto al finestrino”. Sempre oggetti comuni accostati a pensieri alti, filosofici. Sempre così nella poetica dei Dalton scrittori. Ripeto: piedi per terra e testa tra le nuvole.
Per il volgere di strane contingenze il disco mi arriva solo oggi, e già al secondo pezzo, che tra l’altro già conoscevo, inaspettatamente, mi prudono il naso e gli occhi.
Perché loro lo sanno. Fanno i vaghi, ma lo sanno.
Questo è tutto quello che voglio dire su questo disco.
Per quel che riguarda l’incursione di Marco Giallini, le influenze musicali, lo streetpunk, Hellnation, collaborazioni, attitudine eccetera, il mio amico Antonio Romano ha scritto una bellissima recensione su “In you eyes” che lascio nel link sottostante.

Dalton – Papillon

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